Post taggati educazione
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L’invidia s’instaura in chi avverte il dolore psicologico, dovuto alla constatazione della propria inferiorità nei confronti di un altro individuo.
La gelosia la fa da padrona, quando il timore di perdere il possesso esclusivo della persona, da cui ci si sente amati, si stabilisce nell’animo umano.
Sperimentare queste situazioni comporta l’incapacità di vivere positivamente i rapporti, con chi ci sta accanto.
La gelosia e l’invidia sono ansiogene.
L’invidia induce colui che stabilisce il confronto, con chi ritiene maggiormente dotato di capacità o qualità, a considerare un’ingiustizia la propria situazione, non essendo in grado l’invidioso di accettare che altri abbiano qualcosa che a lui manca.
A differenza dell’invidia, la gelosia è uno stato d’animo che appartiene a tutti, sin dalla nascita. È inevitabile quella che il bambino prova all’interno della famiglia e può dar luogo a un periodo difficile. Il supporto di un aiuto, da parte dell’adulto, può insegnare a gestirla adeguatamente.
Sin dall’infanzia, le dinamiche affettive tra fratelli o quelle tra figlio e genitore del sesso opposto, possono scatenare gelosia. Un’azione educativa rassicurante nei confronti di chi è geloso, perché teme di non essere amato al pari di un altro, permette a quell’individuo di evolvere nella giusta direzione, lo induce a conquistare la propria identità e separatezza.
È lo stile educativo, infatti, che spesso incide sul modo e sull’intensità in cui si manifestano determinate emozioni.
All’interno di una classe, dove inevitabilmente si stabiliscono dinamiche affettive di vicinanza emotiva che comporta fratellanza, ma anche conflittualità o distacco, si dovrebbero gestire i rapporti, cercando di aiutare a superare le difficoltà di comprensione tra coetanei, là dove queste siano presenti. È importante parlare con gli alunni. Una chiacchierata può recare sollievo, dare una spinta a manifestare con più libertà i propri sentimenti, aiutare a prendere consapevolezza e a elaborare i contenuti minacciosi.
È utile, incoraggiare i ragazzi a cercare da soli le soluzioni alle loro questioni, evitando di trovare un colpevole, in caso di conflitto, oppure di lodare un individuo, rispetto a un altro. Il confronto ottiene come unico risultato quello di aumentare la gelosia: induce a considerare se stessi, persone che non piacciono.
Il confronto incrementa, in particolare, l’invidia. Raramente l’invidia sfocia nell’emulazione, per cui ci si sforza di assomigliare a chi è portato a modello. Più spesso, invece provoca meccanismi di difesa, distruttivi dei rapporti con il prossimo. Chi si sente minato nell’autostima, infatti, mette spesso in pratica la denigrazione e getta volentieri discredito su chi considera migliore, ferendolo e sminuendolo, nel tentativo di togliergli valore.
L’invidia costituisce una grave minaccia ai rapporti paritari.
Per una buona convivenza, è necessario orientare i ragazzi verso la fiducia reciproca, la tolleranza. Si deve insegnar loro a gestire le relazioni, a non condividere sentimenti ostili, a evitare combinazioni di alleanza ed esclusione, sviluppando invece tutte le abilità che caratterizzano i rapporti sociali.
Riuscire a mettersi nei panni dell’altro, condividendone stati d’animo e vissuti, gratifica e fa sentire importanti.
Insegnare a vivere il senso di appartenenza al gruppo, come un arricchimento e non come motivo di confronto, costituisce una spinta ad agire meglio.
Perché ciò succeda, i ragazzi dovrebbero ricevere soprattutto sensazioni gratificanti. La gratificazione aiuta a sentirsi meno minacciati e permette di acquisire gli strumenti per conquistare la propria identità. Chi è gratificato, più facilmente, scopre l’importanza del rispetto degli spazi altrui e quello delle regole sociali, pur mantenendo fede alla propria autonomia.
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Oggi più che mai la trivialità della cattiva educazione è alla portata di tutti. E la trivialità dell’urlo è quella che la fa da padrona.
Tra gli adulti ancor prima che tra i ragazzi è ormai uso comune zittire gli altri e farsi sentire attraverso la parola gridata, quando addirittura non si degenera nella volgarità dell’insulto.
C’è poco da stupirsi.
I mezzi di comunicazione propinano spettacoli, dove le parolacce e i litigi fungono da modello. E purtroppo la capacità critica appartiene solo a chi decide di metterla in atto.
È più semplice per parecchi, grazie a Dio non per tutti, adeguarsi a ciò che viene “passato” come giusto comportamento.
Così chi ai nostri giorni tenta ancora di parlare di “buona creanza” è subito bollato come antiquato e noioso, mentre il gruppo dei maleducati rancorosi avanza.
La cosa è preoccupante anche come fenomeno sociale.
Per molti non esiste più l’autocontrollo, cioè la capacità di comportarsi, senza essere preda di emozioni e impulsi.
Se traducessimo la mancanza di autocontrollo nel comportamento dei bambini, potremmo giustificarne l’esistenza.
Altra cosa è parlare di quegli adulti il cui atteggiamento degenera in veri scoppi d’ira.
Essere serenamente con gli altri accresce le possibilità di relazione.
Quelli che possiedono vera coscienza sociale sanno vivere situazioni di tensione, senza perdere il controllo.
Non sapersi autogestire è indice d’immaturità.
Chi dà in escandescenza, spesso si sente minacciato e questa è prova lampante di scarsa autostima.
Se siamo educatori o genitori non dimentichiamo che è tramite l’esempio che possiamo insegnare il controllo delle emozioni ai ragazzi.
Responsabilizziamo a fare le cose in base a una motivazione intrinseca, rendiamo consapevoli della necessità . Insegniamo il piacere di rispettare se stessi e gli altri. Educhiamo all’ascolto e alla libertà propria, ma anche al rispetto di quella altrui. Rendiamo insomma responsabili e dimostriamo che è possibile mettere un freno interno alle proprie azioni. Non è facendo la voce grossa che si risolvono i problemi. Invitiamo a pensare prima di agire. Spieghiamo che esistono regole di comunicazione, sottolineiamo che non bisogna prevaricare e che per attirare l’attenzione non serve urlare, ma si può parlare con calma. Agiamo, dimostrando che le nostre idee, anche se non gradite, si possono esprimere in modo chiaro, senza alterare il volume, ma semplicemente cambiando tono o sguardo. Urlare serve solo ad amplificare lo stress e innesca una serie di emozioni sempre più forti. L’incapacità di gestire la rabbia e l’esplosione urlata non indicano l’avere carattere, stanno semplicemente a dimostrare che non ci si è evoluti e portano alla luce le nostre paure.
Facciamo intendere che solo chi sa gestirsi e si controlla è in grado di prevedere le conseguenze a lungo termine del suo modo d’essere e cede meno facilmente alle pressioni altrui. È fondamentale che i nostri ragazzi imparino la piena autonomia, per non farsi condizionare.
Insegnare a comunicare senza prevaricare e ad ascoltare, permetterà loro d’imparare a mettersi in discussione e ad accettare critiche e punti di vista diversi.
Quando gli scambi d’idee avvengono sul piano della convivenza civile, abbiamo tutti di che trarne giovamento.
Esistono delle regole nei rapporti con il prossimo. Esistono le parole del rispetto e della buona educazione.
Utilizzarle non vuol dire essere obsoleti.
Significa semplicemente essere persone per bene.