Angela Civera

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Morire a quindici anni

Morire a quindici anni non si può.

Morire perché ti senti deriso non si può.

Morire quando davanti ti si sta aprendo un mondo non si può.

Morire di maldicenza non si può.

Morire per mano del conformismo non si può.

È di due giorni fa la notizia del suicidio di un ragazzino, vittima della vigliaccheria e dell’omofobia.

La tragedia di un giovanissimo la cui vita è stata spezzata a quindici anni la dice lunga sui pregiudizi della nostra società: una società che si definisce moderna, al passo con i tempi.

Questa tragedia la dice tutta sull’ignoranza, sull’incapacità umana di combattere il pregiudizio. È una tragedia scritta, incisa con le parole dell’intolleranza. È la tragedia dei nostri tempi. È una tragedia che dovrebbe pesare sulla coscienza di tutti, su quella di chi ha discriminato, su quella di chi non ha parlato, su quella di chi ha sorvolato.

A chi a quindici anni, distrutto nella propria dignità, ha scelto di andarsene, dovremmo tutti un attimo di riflessione, un attimo di silenzio e uno di rispetto.

A chi ora vola alto, voglio dedicare questi meravigliosi versi di Baudelaire:


L’Albatro


Spesso, per divertirsi, i marinai

Catturano albatri, grandi uccelli di mare,

che seguono, indolenti compagni di viaggio,

la nave che scivola sugli amari abissi.


Appena deposti sulla plancia,

questi re del’azzurro, vergognosi e timidi,

se ne stanno tristi con le grandi ali bianche

penzoloni come remi ai loro fianchi.


Che buffo e docile l’alato viaggiatore!

Poco prima così bello, com’è comico e brutto!

Uno gli stuzzica il becco con la pipa,

un altro zoppicando, scimmiotta l’infermo che volava!

Il poeta è come quel principe delle nuvole,

che snobba la tempesta e se la ride dell’arciere;

poi, in esilio sulla terra, tra gli scherni,

con le sue ali da gigante non riesce a camminare.


(Charles Baudelaire)

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Tamara de Lempicka: donna libera e liberata

de lempicka

Migliore artista dell’Art Déco, come ebbe a definirla un critico newyorkese, Tamara Lempicka divenne, negli anni venti e trenta, icona della donna moderna ed esatta rappresentante dell’élite di quel periodo.

Nata nel 1898 da una ricca famiglia di Varsavia, Tamara sin da piccola fu una bambina viziata e vanitosa, incoraggiata in questo dalla nonna con la quale intraprese viaggi attraverso l’Italia, alla scoperta dei musei.

Della sua vita tuttavia trapelano rare notizie. L’artista stessa provvide, infatti, a svelarne solo gli elementi glorificanti. Si sa che il suo vero cognome fu Gorska e che nel 1916 si trasferì con la madre in Russia, dove riuscì a sposare Tadeusz de Lempicka, ricco e affascinante dongiovanni. Più tardi, in seguito ai grandi sconvolgimenti politici di quel periodo, con il marito migrò a Parigi. In questa città i due condussero una vita difficile. Lui non riusciva a trovare un’occupazione. Lei si legò allora al mondo degli artisti e, su consiglio della sorella, decise di iniziare a dipingere. Prese lezioni di pittura principalmente da Lothe, lo scopritore di una forma di cubismo borghese che intendeva conciliare l’accademismo dei pittori convenzionali al cubismo d’avanguardia di Picasso. Nello stesso periodo la de Lempicka costrinse il marito a trasferirsi insieme a lei a Montparnasse. Qui decise di vivere la sua vita bohéme, ma sul versante dei ricchi. Più dandy che eccentrica divenne inconfondibile per i suoi modi accurati, inimitabili, perfetti. Ambigua, libera, Tamara s’impose da sé. Dipinse donne adeguate all’epoca nella quale viveva e all’ambiente che frequentava: creature che spesso davano l’impressione di essere uscite da una rivista di moda. In realtà, tutt’altro che stereotipi. Le sue figure possedevano una peculiarità che le rendeva diverse dai comuni mortali. La superbia del loro portamento sembrava, infatti, non voler indulgere alla debolezza. In esse si avvertiva intensità psichica e somatica. Erano creature vive, i cui sentimenti venivano messi a nudo attraverso la tela.

La pittrice, seguendo l’insegnamento di Lothe, lavorò secondo uno stile raffinato, mescolando neoclassicismo e postcubismo. Con le sue opere, intendeva rivolgersi a un pubblico d’élite. Decise di non seguire i pittori d’avanguardia, destinati per lo più a vivere in miseria. Lei voleva il successo. Frequentò solo gente che contribuiva a rafforzare il suo ego. Moderna, affascinante, fin dall’inizio puntò tutto sullo stile. Dipinse in maniera pulita, chiara. Voleva che i suoi quadri potessero essere immediatamente riconosciuti. Nell’arte per lei contavano la tecnica, la sobrietà, il buon gusto. Creò uno stile nuovo, luminoso, nitido.

All’apice del successo conobbe il conte Kuffner, che sposò. Questo le permise di ottenere denaro e un titolo nobiliare. Con lui si trasferì in America. Erano passati anni dal periodo del Decò. Anche l’arte della de Lempicka cominciò a impallidire, perse i tratti brillanti dei suoi tempi migliori. L’artista tentò di cimentarsi con la pittura non figurativa. Si rifece all’arte astratta che si stava affermando ovunque, ma i suoi quadri ormai non convincevano più. Si ritirò, quando si rese conto che i suoi dipinti suscitavano per lo più indifferenza.

Ecco un video con alcune sue opere.



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Alfabetolandia, da oggi anche in inglese.Intervista con l’autrice a cura di Laura SerraCom’è nata l’idea di scrivere “Alfabetolandia”? Quando ho iniziato a scrivere “Alfabetolandia”, desideravo raccogliere in un unico libro storie di personaggi che rappresentassero ognuno una diversa lettera dell’alfabeto. Avrei voluto inventare favole da utilizzare come strumento didattico, per avvicinare i piccoli alla scoperta delle letterine, utili per scrivere e leggere. Mi sarebbe piaciuto però aggiungere un valore educativo a queste novelle che non avrebbero dovuto stimolare semplicemente curiosità e fantasia, ma trasmettere buoni propositi. Non era impresa semplice.Perché 26 storie? Mi sono cimentata, con alcune perplessità, in questa avventura: le storie da inventare erano ventisei (tante quante sono le lettere dell’alfabeto completo). Non era certo facile riuscire a immaginare e poi scrivere tutti quei racconti: dovevano essere diversi tra loro, ma avere un filo conduttore. E il filo delle mie storie doveva srotolarsi lungo il nastro dell’alfabeto. È nata così l’idea far recitare i miei personaggi sul palcoscenico di una sorta di teatrino, dove si trova un paese immaginario: “Alfabetolandia”. Sul palcoscenico di Alfabetolandia sono ambientate le ventisei favole, i cui protagonisti hanno finito con il rappresentare, non solo le lettere dell’alfabeto, ma anche i vizi e le virtù di ognuno.Che cosa può nascere dalla lettura di questo libro? Tutti i bizzarri personaggi che si muovono nello straordinario Paese di Alfabetolandia recitano storie che parlano di rivincita contro l’abbandono, contro i soprusi e contro la disonestà. Così, accanto a storie più intimiste, come quella di Kim che perde la sua mamma, sono nate novelle ironiche come quella di Doris, la donnola che vuole recitare, quella dissacrante del moscone Martal, eternamente arrabbiato con il mondo, quella di Pippi che si batte per i diritti dei deboli o quella divertente del lupo Wolf. Queste favole insomma tentano di dispensare pillole di saggezza con levità, strappando risate oppure sorrisi.

Alfabetolandia, da oggi anche in inglese.

Intervista con l’autrice a cura di Laura Serra


Com’è nata l’idea di scrivere “Alfabetolandia”?


Quando ho iniziato a scrivere “Alfabetolandia”, desideravo raccogliere in un unico libro storie di personaggi che rappresentassero ognuno una diversa lettera dell’alfabeto. Avrei voluto inventare favole da utilizzare come strumento didattico, per avvicinare i piccoli alla scoperta delle letterine, utili per scrivere e leggere. Mi sarebbe piaciuto però aggiungere un valore educativo a queste novelle che non avrebbero dovuto stimolare semplicemente curiosità e fantasia, ma trasmettere buoni propositi. Non era impresa semplice.


Perché 26 storie?


Mi sono cimentata, con alcune perplessità, in questa avventura: le storie da inventare erano ventisei (tante quante sono le lettere dell’alfabeto completo). Non era certo facile riuscire a immaginare e poi scrivere tutti quei racconti: dovevano essere diversi tra loro, ma avere un filo conduttore. E il filo delle mie storie doveva srotolarsi lungo il nastro dell’alfabeto.

È nata così l’idea far recitare i miei personaggi sul palcoscenico di una sorta di teatrino, dove si trova un paese immaginario: “Alfabetolandia”.

Sul palcoscenico di Alfabetolandia sono ambientate le ventisei favole, i cui protagonisti hanno finito con il rappresentare, non solo le lettere dell’alfabeto, ma anche i vizi e le virtù di ognuno.


Che cosa può nascere dalla lettura di questo libro?


Tutti i bizzarri personaggi che si muovono nello straordinario Paese di Alfabetolandia recitano storie che parlano di rivincita contro l’abbandono, contro i soprusi e contro la disonestà.

Così, accanto a storie più intimiste, come quella di Kim che perde la sua mamma, sono nate novelle ironiche come quella di Doris, la donnola che vuole recitare, quella dissacrante del moscone Martal, eternamente arrabbiato con il mondo, quella di Pippi che si batte per i diritti dei deboli o quella divertente del lupo Wolf.

Queste favole insomma tentano di dispensare pillole di saggezza con levità, strappando risate oppure sorrisi.

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Invidie e gelosie tra ragazzi




L’invidia s’instaura in chi avverte il dolore psicologico, dovuto alla constatazione della propria inferiorità nei confronti di un altro individuo.

La gelosia la fa da padrona, quando il timore di perdere il possesso esclusivo della persona, da cui ci si sente amati, si stabilisce nell’animo umano.

Sperimentare queste situazioni comporta l’incapacità di vivere positivamente i rapporti, con chi ci sta accanto.

La gelosia e l’invidia sono ansiogene.

L’invidia induce colui che stabilisce il confronto, con chi ritiene maggiormente dotato di capacità o qualità, a considerare un’ingiustizia la propria situazione, non essendo in grado l’invidioso di accettare che altri abbiano qualcosa che a lui manca.

A differenza dell’invidia, la gelosia è uno stato d’animo che appartiene a tutti, sin dalla nascita. È inevitabile quella che il bambino prova all’interno della famiglia e può dar luogo a un periodo difficile. Il supporto di un aiuto, da parte dell’adulto, può insegnare a gestirla adeguatamente.

Sin dall’infanzia, le dinamiche affettive tra fratelli o quelle tra figlio e genitore del sesso opposto, possono scatenare gelosia. Un’azione educativa rassicurante nei confronti di chi è geloso, perché teme di non essere amato al pari di un altro, permette a quell’individuo di evolvere nella giusta direzione, lo induce a conquistare la propria identità e separatezza.

È lo stile educativo, infatti, che spesso incide sul modo e sull’intensità in cui si manifestano determinate emozioni.

All’interno di una classe, dove inevitabilmente si stabiliscono dinamiche affettive di vicinanza emotiva che comporta fratellanza, ma anche conflittualità o distacco, si dovrebbero gestire i rapporti, cercando di aiutare a superare le difficoltà di comprensione tra coetanei, là dove queste siano presenti. È importante parlare con gli alunni. Una chiacchierata può recare sollievo, dare una spinta a manifestare con più libertà i propri sentimenti, aiutare a prendere consapevolezza e a elaborare i contenuti minacciosi.

È utile, incoraggiare i ragazzi a cercare da soli le soluzioni alle loro questioni, evitando di trovare un colpevole, in caso di conflitto, oppure di lodare un individuo, rispetto a un altro. Il confronto ottiene come unico risultato quello di aumentare la gelosia: induce a considerare se stessi, persone che non piacciono.

Il confronto incrementa, in particolare, l’invidia. Raramente l’invidia sfocia nell’emulazione, per cui ci si sforza di assomigliare a chi è portato a modello. Più spesso, invece provoca meccanismi di difesa, distruttivi dei rapporti con il prossimo. Chi si sente minato nell’autostima, infatti, mette spesso in pratica la denigrazione e getta volentieri discredito su chi considera migliore, ferendolo e sminuendolo, nel tentativo di togliergli valore.

L’invidia costituisce una grave minaccia ai rapporti paritari.

Per una buona convivenza, è necessario orientare i ragazzi verso la fiducia reciproca, la tolleranza. Si deve insegnar loro a gestire le relazioni, a non condividere sentimenti ostili, a evitare combinazioni di alleanza ed esclusione, sviluppando invece tutte le abilità che caratterizzano i rapporti sociali.

Riuscire a mettersi nei panni dell’altro, condividendone stati d’animo e vissuti, gratifica e fa sentire importanti.

Insegnare a vivere il senso di appartenenza al gruppo, come un arricchimento e non come motivo di confronto, costituisce una spinta ad agire meglio.

Perché ciò succeda, i ragazzi dovrebbero ricevere soprattutto sensazioni gratificanti. La gratificazione aiuta a sentirsi meno minacciati e permette di acquisire gli strumenti per conquistare la propria identità. Chi è gratificato, più facilmente, scopre l’importanza del rispetto degli spazi altrui e quello delle regole sociali, pur mantenendo fede alla propria autonomia.

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